Quando
escono di casa, certe donne sono strepitose. Non voglio evocare le
presenze eroiche scolpite nei monumenti lasciati dalla grande storia.
E so di rischiare la prevedibile retorica a favore delle meno
conosciute, le protagoniste oscure in terza fila. Quelle lontane
dalle avvenenze della carta patinata e dei teleschermi. Quelle alla
larga dalle leadership. Ugualmente, grazie alla “Resistenza
perfetta”
di Giovanni De Luna, provo a riattivare la memoria di Leletta
d’Isola che, dal “Palas”
della sua famiglia aristocratica e monarchica a Villar di Bagnolo, si
gettò nella Resistenza partigiana. La sua esile figura di ragazza
precocemente consapevole di una serena e irremovibile vocazione
religiosa seppe originalmente incrociarsi con il dovere di
combattere, non di aspettare.
Tra
Barge, Bagnolo, Paesana, Montoso resistono boschi di faggio e di
castagno, cascinali dal tetto di lose,
sentieri rocciosi e funghi per grandi libagioni. Ma oggi questa terra
è pacifico feudo leghista, capace di convivere con i cinesi che
hanno trovato lavoro nelle cave di pietra, mentre i giovani del posto
stanno al computer o vanno all’Università. Qui, nella valle Po ai
piedi del Monte Bracco, la memoria della Resistenza è lasciata
riposare come le ruote dei suoi vecchi mulini abbandonati. La potenza
del suo esempio non agita le piazze. Non disturba la puntuale
stanchezza delle cerimonie ufficiali. Non muove provocatori fermenti
giovanili.






