lunedì 1 giugno 2026

Sionista o anti-sionista?

 


E se il problema stesse in quella “o”? E se si potesse essere allo stesso tempo sionisti e anti-sionisti? E magari sia filo-palestinesi che filo-israeliani?
Almeno per quanto riguarda la prima questione, credo che molto dipenda da che cosa uno intende per sionista e parallelamente da quale significato dà al termine anti-sionista.
Metterei subito da parte la recente diffusa e pessima abitudine di utilizzare l’aggettivo sionista (sostantivandolo o meno) alla stregua di un insulto con il quale bollare non solo gli israeliani ma anche molti che israeliani non sono eppure hanno a cuore o comunque accettano l’esistenza di Israele.
Sionista è prima di tutto chi fa o ha fatto parte di un movimento politico nato a fine Ottocento, sulla scia della crisi degli imperi europei su pressione dei vari movimenti nazionali, e da subito assai plurale, con l’obiettivo di ottenere anche per il popolo ebraico, negletto e spesso perseguitato, un focolare nazionale (una patria) in cui vivere sicuro, alla stregua di molti altri popoli europei e non solo. Proprio a motivo della sua intrinseca pluralità meglio sarebbe parlare di sionismi piuttosto che di sionismo. 
Ma se guardiamo al passato la vicenda si presenta a dir poco ingarbugliata e praticamente impossibile da sbrogliare, con ragioni e torti da entrambe le parti.
La risoluzione ONU del 1947 con tutti i suoi limiti proponeva una soluzione di compromesso. Con il senno di poi i palestinesi hanno sbagliato a non accettarla e gli israeliani a non rispettarla annettendosi, vinta la guerra del 1948, più territorio di quello previsto e provocando la Nakba palestinese (700.000 persone spinte quando non costrette ad abbandonare le proprie case e proprietà e a diventare profughi), sorta di peccato originale del sionismo reale, assieme alle successive occupazione militare e graduale colonizzazione di Cisgiordania e Gaza.
La giusta lotta palestinese per l’autodeterminazione è stata spesso macchiata da ingiustificabili azioni terroristiche che a partire dagli anni ‘90 si sono spesso fatte suicide per culminare negli indicibili fatti del 7 ottobre 2023 (1200 israeliani, tra cui bambini, donne e anziani, per la maggior parte massacrati nel giro di poche ore e in numero minore rapiti e imprigionati per mesi).
I successivi innumerevoli crimini di guerra e contro l’umanità compiuti a Gaza e le molteplici guerre scatenate nei confronti dei propri vicini da parte di Israele, costituiscono solo l’ultimo sanguinosissimo capitolo di questa triste e pluridecennale vicenda.
Basta approfondire un poco la questione per accorgersi che la complessità è tale che non esiste un modo semplice e completamente giusto (cioè in grado di fare piena giustizia) per uscirne.
Ma credo sia fondamentale stare al presente e al fatto che dal 1948 esiste uno stato che si chiama Israele, con poco più di dieci milioni di abitanti, di cui almeno sette milioni sono ebrei (mentre più di due milioni sono palestinesi) e chiederci: chi è sionista oggi?
Perché se sionista è chi ritiene che questi sette milioni di ebrei abbiano il diritto di continuare a vivere (il più possibile sicuri) in quel fazzoletto di terra grande quanto la Puglia allora io sono sionista. Se invece con sionista si intende chi pretende che accanto all’Israele ebraico non ci sia alcun posto per il popolo palestinese allora direi che io sono anti-sionista.
Mi viene da fare lo stesso ragionamento per il termine anti-sionista: chi si definisce tale lo fa perché è contro la prosecuzione o l’ampliamento delle politiche di occupazione, discriminazione e colonizzazione dello stato israeliano nei confronti dei palestinesi e dei loro territori? Se la risposta è sì, allora siamo d’accordo ed è innegabile che allo stato attuale e, come quasi sempre, dal 1948 ad oggi, è Israele ad avere il coltello (più grande) dalla parte del manico e quindi le maggiori responsabilità. La deriva fascista e suprematista della politica israeliana è sotto gli occhi di tutti anche se purtroppo non tutte le colpe possono essere attribuite a Netanyahu o addirittura solo a qualcuno dei suoi spregevoli ministri.
Se invece anti-sionismo vuol dire che ha ragione Hamas (o il regime iraniano) quando dice che anche oggi tutta la terra dal fiume al mare appartiene ai soli palestinesi allora io chiedo a chi la pensa in questo modo: che fine facciamo fare ai sette milioni e passa di ebrei che ormai vivono nell’attuale Israele? E penso che si tratti di un delirio criminale analogo a quello del suprematismo ebraico che ripropone esattamente lo stesso concetto (“dal fiume al mare”) ma in senso opposto (la terra è tutta e solo degli ebrei israeliani).
E ritorniamo al discorso iniziale e al mio essere convinto che, soprattutto per noi che, vivendo per nostra fortuna lontani da quella terra lacerata, ce lo possiamo sostanzialmente permettere, la migliore postura possibile coincida con l'essere sì filo-palestinesi ma anche un po' filo-israeliani (o viceversa, naturalmente) e sostenere-stare dalla parte di quelle articolate minoranze (spesso esigue purtroppo, almeno apparentemente) che sui vari fronti desiderano ed operano per la pace e la convivenza. 
Shalom, salam, pace.

Roberto Cerchio

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