Il prossimo 20 e 21 Settembre saremo chiamati alle urne per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. La riforma, se confermata, prevede una riduzione dei deputati da 630 a 400 e da 315 senatori a 200. La motivazione? Semplice, ridurre i costi della politica. Con questa riforma si dovrebbero risparmiare 57 milioni di euro all'anno. Inutile sottolineare per l'ennesima volta che si tratterebbe di un risparmio irrisorio se si pensa alla spesa pubblica e ai costi della burocrazia (nel 2018 i fondi stanziati per la pubblica amministrazione sono stati 100,2 miliardi di euro, per intenderci la riforma consentirebbe un risparmio inferiore a 6 centesimi su 100 euro di spesa). Tradotto per il contribuente, il risparmio equivarrebbe ad un caffè all’anno per ogni cittadino. Chi vorrà vedere scorrere il sangue dei politici o chi vuole far credere che la politica sia una cosa sporca e che non ci sia speranza per essa non vorrà sentire ragioni e qualsiasi risparmio ai suoi occhi sarà un'occasione più che ghiotta per far cadere la ghigliottina sulla politica e farla pagare alla "casta".
Forse, più che sulle argomentazioni dei costi che sono molto opinabili in quanto non esiste alcuna certezza sul risparmio perché quello che prima veniva guadagnato da 630 persone adesso lo potrebbero guadagnare "solo" in 400 ritrovandosi più potenti, più irraggiungibili e più incontrollabili di prima, dovremmo focalizzarci su quanto questa riforma riduca la rappresentanza di interi territori e come l'apparato costituzionale dovrà essere sicuramente rivisto per garantire tutto quel sistema di pesi e contrappesi che verranno stravolti e che sono propri di qualsiasi democrazia. Questa riforma non rappresenta le aspirazioni di chi cerca la giustizia sociale, ma rafforzerà i centri di potere a cui chiedere protezione in caso di bisogno in cambio di applausi, di “mi piace” e di voti. I privilegi vanno ridotti e la corruzione può essere colpita non chiedendo - non si sa bene a chi – di “mandarli via tutti”, ma nel solo modo democratico possibile: con un’ ondata di partecipazione popolare che imponga regole capaci di dare ai cittadini il potere di scegliere chi candidare al Parlamento, nei Comuni e nelle Regioni in base a programmi chiari e a competenze documentate.
A essere danneggiate da questa riforma costituzionale sarebbero principalmente le minoranze, sia quelle territoriali, come le aree interne e le aree montane, economicamente più deboli e meno abitate, sia quelle sociali in quanto i cittadini con meno strumenti avrebbero meno possibilità di candidarsi e di entrare in una delle due Camere. Infatti, un Parlamento più piccolo garantirebbe un ricambio più difficile in quanto personaggi più conosciuti prevarrebbero su esponenti meno conosciuti, anche se più competenti.
I proponenti della riforma costituzionale dovrebbero infine spiegarci come intenderanno procedere con le ulteriori modifiche costituzionali come l’elezione del Presidente della Repubblica o come verrebbero modificati i regolamenti delle due camere visto che in alcuni articoli è previsto un numero preciso di parlamentari per presentare mozioni e interrogazioni. Senza considerare che non è mai stato chiarito come verrebbero investiti i 57 milioni di euro risparmiati. Su tutto questo è calato un silenzio inaccettabile.
La democrazia ci serve come l’aria. Corruzione, privilegi, passività, ignoranza e disuguaglianze sono le malattie che ci soffocano e non ci lasciano respirare. Se non sapremo permetterci il lusso di rinnovare la vita democratica alimenteremo solamente le oligarchie creando una “casta” più piccola e più potente.
Il Parlamento è il cuore della nostra democrazia e una qualsiasi riforma che modifichi il modo in cui eleggiamo i nostri rappresentanti dovrebbe essere ampiamente discussa. Bisognerà difendere la nostra Costituzione il prossimo 20 e 21 Settembre altrimenti il costo di quel famoso caffè potrebbe essere molto, ma molto caro.
Federico Ciaffi
Mario Dellacqua
Federico Dal Zilio
Giuseppe Neri
Gregorio Codispoti
Nello Petrossi
Domenico Demuro
Matteo Cavallone
Riccardo Tassone
Kenan Kukuljac
Caterina Renna
Stefano Ciaffi
Luisella Gallegati
Alessia Marchetti
Ilenia Morlino
Francesco Schmidt
Pietro Falletto
Gian Paolo Dal Zilio
Maria Dalmasso
Ignazio Drago
Francesco Romeo
Simone Machioni
Luca Zecchi
Andrea Pennacchio
Simone D’Angelo
Niccolò Borsetto
Mattia Scalas
Michele Da Re
Alessandro Reineri
Giuseppe Noto
Maria Luigia Tommaciello
Silvia Regis
Riccardo Casaro
Lorenzo Pulie Repetto
Francesca Latiana
mercoledì 26 agosto 2020
lunedì 1 giugno 2020
Con l'ultimo versamento a favore di "MEDICI SENZA FRONTIERE" Fondazione Orso e Festainrosso raggiungono il 2 giugno quota 152.594 euro. Prima e durante l’emergenza coronavirus la Fondazione Orso ha fornito pasti preparati dalla Residenza San Giovanni e dalla ditta Ladisa a famiglie nonesi bisognose per 348 euro. Si forniscono questi aggiornamenti per doverosa informazione di compagni, amici e concittadini. Si conferma la disponibilità ad accettare suggerimenti, proposte e nuove idee, purchè accompagnate da uguale offerta di impegno e responsabilità. Si ringraziano gli amici che hanno contribuito con versamenti di ogni entità.
sabato 30 maggio 2020
TINTURE DI ODIO
Come opporsi ai fenomeni distinti ma non distanti (anzi complementari) dell’ostilità per lo straniero e della rivalutazione del ventennio fascista in nome dell’obiettività apolitica? Gli uni dicono che il fascismo ha fatto anche cose buone e il vero nemico caso mai è la sostituzione etnica della nostra manodopera con forza lavoro islamica e africana a prezzi stracciati. Gli altri dicono che “loro” ci rubano il lavoro, mangiano senza lavorare, sono perseguitati per finta e “noi”, al massimo, possiamo dividere il benessere conquistato solo se avanza qualcosa.
Sono due galassie turbolente e travolgenti: quando si tratta di spiegare le loro alleanze, la sinistra tira fuori l’ignoranza, i complotti dei poteri forti, il dominio diabolico dei mass media. E’ la grande rimozione, preludio dei peggiori autoinganni che si accontentano di sostituire un conflitto sociopolitico con una pulsione da condannare o una spinta etica da incoraggiare. Prendere sul serio e indagare le ragioni del fascino esercitato dalle ideologie del sovranismo su strati così ampi delle classi subalterne, non è un modo per concedergli attendibilità e legittimazione. E’ il presupposto per combatterlo efficacemente. Parafrasando un Togliatti degli anni ‘30, “non possiamo semplicemente mandarli al diavolo”. Esattamente come, per comprendere il fascismo, dobbiamo esplorare l’impasto ideologico di cui è fabbricata la sua personalità: culto del capo, mito della patria, della giovinezza, della virilità, dell’eroismo, disprezzo dell’individualismo e degli intellettuali, missione purificatrice e educatrice della violenza e della guerra, gerarchia, cameratismo. Persino l’Italia colta che portava la cimice all’occhiello era fatta di silenzi, accomodamenti e dignità sacrificate, ma anche di entusiasmi sinceri per l’uomo nuovo portatore di rigenerazione morale e di civiltà.
Se - anche oggi - la diagnosi riduce tutto ad una devastante malattia di inganni, addio alla prognosi. Non aveva già cominciato Berlusconi a definire la sua Forza Italia partito dell’amore contro la sinistra dell’odio e dell’invidia sociale? Sempre potremo dire che “la virtù è patrimonio dei coglioni”. Già nel 1821 lo sentenziava il glaciale disincanto di Leopardi: “la soddisfazione dei desideri degli uni” comporta “il male” e “l’infelicità” degli altri. Anzi, “lo spirito della legge Giudaica non solo non conteneva l’amore, ma l’odio verso chiunque non era Giudeo” e con “il precetto diliges proximum tuum sicut te ipsum s’intendeva non già i tuoi simili, ma i tuoi connazionali”.
Gli ideali della libertà e della giustizia sociale non tramontano mai. Ci sono delle stagioni in cui avanzano o indietreggiano, vincono, pareggiano o perdono. L’esito della partita dipende dalla qualità delle intelligenze e dall’estensione delle energie democratiche coalizzate che l’umanità sa schierare nel mutare dei contesti. Stracciarsi le vesti per la caduta di ideali, valori, utopie sociali o religiose è un finto (e noioso) esercizio di realismo che nasconde il rassegnato abbandono della contesa.
Veltroni non vuole assecondare questa deriva. L’ex segretario del Pd è ottimista, anche se sa che negli anni ‘70 l’odio è stato propellente di militanza politica. Non crede che tutta l’Italia coincida con le ripugnanti fazioni desiderose di “asfaltarsi” reciprocamente sulle pagine dei social (p. 22 e 78). In alternativa all’odio, Veltroni riscopre il conflitto che combina e non separa l’orgoglio di sé e l’apertura, che sa apprezzare nell’altro il frammento di verità senza la quale non saresti preparato ad un pensiero nuovo (p. 104). D’altra parte, le grandi conquiste del Novecento non sono state opera di leader carismatici, ma di milioni di uomini, donne e ragazzi di tutti i mestieri e di tutte le fedi. Veltroni lo afferma (p. 115-116), ma non approda all’idea che l’attesa e/o l’equivalente nostalgia di un leader sono incompatibili con qualsiasi ripresa della sinistra. Al massimo, si limita a misurare la sconfortante differenza fra la statura di Berlinguer, La Malfa, Craxi, Moro e la mediocrità degli attuali arrampicatori in cerca di simpatia. E depreca P2, corruzione, terrorismo, assalto alla spesa pubblica (p. 77). Non ho detto che non servono buoni leader. Dico che serve una leadership collettiva, impossibile se la società, come nel calcio, rinuncia a coltivare il suo vivaio nel partito come palestra di esperienze sociali, amministrative e culturali.
Il prof. Luciano Canfora è impegnato ad avversare la falange dei minimizzatori: la frequente comparsa di manifestazioni di simpatia per il fascismo, sia nella forma della nostalgia per i riti del ventennio, sia nella forma delle attuali imprese squadriste, quando non confinabili nella ridotta del folklore, sarebbe “un allarme immotivato e strumentale”. I pericoli per la democrazia derivano, come sostiene il prof. Emilio Gentile, non da un’aggressione esterna, ma da un lento e relativamente legale svuotamento dei poteri dei cittadini a presidio dell’uguaglianza. La chiamano “disintermediazione”. In soldoni, partiti, sindacati, enti locali sono senza poteri agli iscritti, senza visioni e programmi alternativi e riconoscibili, senza poteri contrattuali nei luoghi di lavoro, senza risorse per governare la difesa del territorio.
Canfora non ignora i danni provocati dalla scomparsa di quei luoghi di “acculturazione civile” che erano i partiti fondatori della Repubblica, ma obietta che “nel fascismo si sprofonda per slittamenti progressivi”. Ci si può trovare sdegnati a commemorare la “difesa della razza” per naufragare nella palude del “prima gli itagliani”. Lì trovi masse “già avanti nell’isterizzazione contro il falso nemico che ci toglie il lavoro e mangia a nostre spese”. Quando il Papa ricorda che “gli odierni sovranisti parlano come Hitler nel 1934: noi, noi, noi...”, il suo intervento è circondato da uno scrupoloso silenzio.
Con un miliardo di esseri umani in più, la competizione planetaria per la spartizione delle risorse rischia di trovare una risposta convincente solo nell’invito a armarsi di odio e di armi. Una rinnovata sinistra può indicare un’altra strada nella cooperazione strategica dei paesi dell’area euroafricana e nella gestione europea dell’emergenza dei nuovi arrivi.
Un progetto forse utopico, dice Canfora, ma la sua alternativa è la rovina comune delle parti in lotta.
Mario Dellacqua
WALTER VELTRONI, Odiare l’odio, Rizzoli, 2020, pp. 117, euro 10.
LUCIANO CANFORA, Fermare l’odio, Laterza, pp. 66, euro 10.
EMILIO GENTILE, Fascismo. Storia e interpretazione, Corriere della sera, Laterza 2002, pp. 380, euro 8,90.
ANGELO D’ORSI, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, 2000, p. 357.
GIACOMO LEOPARDI, Zibaldone, 1710-1712, in MARIO ANDREA RIGONI (a cura di), Giacomo Leopardi. La strage delle illusioni, Adelphi, 1992, pp. 314.
giovedì 21 maggio 2020
LE IMPRESE NON CE LA FANNO
Le voci delle imprese nella politica e nel giornalismo fiancheggiano chiunque punti a logorare il governo Conte lamentando ritardi, insufficienze e esclusioni nell’arrivo dei sussidi promessi a questo o a quel soggetto sociale. Ma nei colloqui che contano, alla prima occasione Confindustria mena fendenti contro la distribuzione di contributi a pioggia e contro la superficialità di troppe elargizioni assistenzialistiche. La disoccupazione non si combatte finanziando i poveri, ma finanziando le imprese, le uniche abilitate a decidere investimenti produttivi e non parassitari.
E poi, si dice, i ceti subalterni con le loro famiglie si trovano in gran parte in una condizione che risulta dalla loro scarsa imprenditorialità, dalla loro volubile laboriosità e dalla loro stratificata propensione alla furbizia e al raggiro. Dunque, meglio indirizzare la quota maggioritaria delle risorse disponibili verso le imprese che hanno argomenti persuasivi per chiedere tutto, al mutar della temperie, ora al libero mercato, ora allo Stato. Mentre “Repubblica”, appena tornata saldamente nelle mani della famiglia Agnelli, paventa “il ritorno dello Stato imprenditore”, FCA rivolge rispettosa domanda di ottenere dal governo garanzie per 6,5 miliardi.
Ora, è verissimo che, come già Antonio Giolitti insegnava a Riccardo Lombardi, “gli investimenti non li può fare lo Psiup”. Ma se le imprese non ce la fanno, non possono riesumare scolasticamente la socializzazione delle perdite dopo la privatizzazione dei profitti, come se la società italiana affrontasse per la prima volta l’infelicità di una simile esperienza.
In questo contesto, molto efficace è il recentissimo appello “Democratizing Work”, sottoscritto da oltre 300 ricercatori di più di 650 Università del mondo, tra cui Elisabeth Anderson, James Galbraith, Lawrence Lessig, Nadia Urbinati, Thomas Piketty, Dany Rodrik, Sarah Song. Essi escludono piani di salvataggio senza condizioni che incrementerebbero il debito pubblico senza l’avvio di politiche di democratizzazione del lavoro e di risanamento ambientale. Piuttosto “se i nostri governi si impegnano per salvare le imprese nella crisi attuale, anche queste ultime devono fare la loro parte, accettando alcune condizioni fondamentali della democrazia”. Le imprese vanno appoggiate “a condizione che queste adottino delle nuove pratiche, attenendosi a requisiti ambientali esigenti e introducendo strutture interne di governo democratico”.
Lavoro di cittadinanza, progressività fiscale, investimenti pubblici e privati nell’economia sostenibile: questa è la trincea su cui combattere se vogliamo guarire e non ripristinare nei prossimi anni le malattie di un’economia che uccide.
Mario Dellacqua
sabato 2 maggio 2020
LA FONDAZIONE ORSO E IL COVID-19 IN KENYA
Alla Fondazione Orso è arrivato un
messaggio di Andrea Bollini, Liaison Officer and Portfolio Manager di
Amref.
Dopo il primo caso di Covid-19
arrivato a marzo, in Kenya la situazione è vicina alla catastrofe. I malati non
possono accedere facilmente a ospedali e strutture sanitarie, i tamponi sono
pochi e in tutto ci sono circa 150 terapie intensive. Non è pensabile aumentare
i posti letto per i malati gravi perché non ci sarebbero abbastanza medici e
infermieri capaci di assisterli. In altri paesi è ancora peggio. In Sud Sudan
non c’è neanche un posto di terapia intensiva.
Coordinata con l’Organizzazione
Mondiale della Sanità e con il governo del Kenya, AMREF si sta impegnando per
aumentare le possibilità di accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici:
moltissime persone non possono neanche lavarsi le mani con il sapone. Inoltre,
AMREF effettua tamponi e test diagnostici e dota i laboratori dei kit
essenziali con mezzi propri.
Infine, la flotta aerea del Medici
Volanti è schierata e operativa: viene impiegata per trasportare ed evacuare i
pazienti e trasferirli in strutture sanitarie idonee.
Questa epidamia disgraziata ci ha
stravolto la vita, ma ci ha fatto anche riscoprire un forte senso di
solidarietà. Non esistono confini geografici quando è in ballo la salute: siamo
tutti coinvolti. Ogni singolo contributo può fare la differenza.
Aderendo all’appello di AMREF, la Fondazione
Orso ha versato 100 euro per l’emergenza Covid-19 in Kenya. In precedenza,
la Fondazione Orso ha versato 500 euro alla Croce Verde di None per il
Progetto mascherine. La Festainrosso ha versato 6mila euro agli Ospedali
delle Molinette e Amedeo di Savoia con “Specchio dei tempi”. Al 1 maggio
2020, il totale è di 151.946 euro.
Si fornisce questo rendiconto per
doverosa informazione dei cittadini che in tanti modi hanno aiutato e aiutano
Festainrosso e Fondazione Orso. Ogni nuova idea o suggerimento per migliorare
le prossime iniziative sarà ben accetta, purché accompagnata da una
disponibilità all’impegno e alla cooperazione.
mercoledì 29 aprile 2020
PIU’ OSPEDALI, MENO CACCIABOMBARDIERI
In queste settimane
tutta l’Italia è chiamata ad affrontare una prova di resistenza e di
responsabilità senza precedenti e non immaginabile per le generazioni nate dopo
la tragedia della seconda guerra mondiale.
Se vogliamo fermare il coronavirus,
siamo anche chiamati a correggere le storture alla base delle più gravi
difficoltà che ci affliggono: malati senza ospedali, ospedali senza medici,
senza infermieri e senza impianti adeguati, cittadini senza dispositivi di protezione,
anziani abbandonati, imprese a rischio di chiusura e famiglie di lavoratori e
di precari a un passo dalla fame, specie nel Mezzogiorno.
Ora capiamo che cosa
vuol dire chiudere ospedali, ridurre i posti letto, destinare alla sanità il
6,6% del PIL, mentre Germania e Francia investono il 9,5 e il 9,3%. Invece di
colpire le troppe disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza mediante
una riforma fiscale improntata a severa progressività (chi più ha più paga), si
è preferito privatizzare e infierire sullo stato sociale nell’illusione che il
mercato avrebbe restituito tutele più efficienti.
Ora, mentre lodiamo e sosteniamo il
lavoro di medici e infermieri che non temono di rischiare la vita per gli altri
alla loro prima esperienza lavorativa, consentiamo all’industria bellica di
riprendere a Cameri la produzione dei cacciabombardieri F35, considerata “attività
di rilevanza strategica per l’economia nazionale” e “fondamentale per
far fronte alle commesse e non mettere a rischio i posti di lavoro”, come
scrive il Ministro della Difesa. Si tratta di aerei che possono
trasportare anche ordigni nucleari. Perché accanirsi in questa direzione? Con
i soldi di un solo F35 (circa 150 milioni di euro) quanti respiratori si
potrebbero acquistare?
Tutto andrà bene, se tutto non tornerà
come prima. La prima svolta da conquistare sarà la riconversione dell’industria
militare verso produzioni di beni e servizi orientati alla tutela della salute,
dell’ambiente, dell’istruzione, della ricerca. Non alla criminale produzione di
armi e di guerre che mettono a repentaglio il futuro dell’umanità.
Dobbiamo scrivere “non un manuale di
economia, ma una pagina di storia”, come dice il Presidente Giuseppe Conte.
E se vogliamo “correggere il nostro modello di sviluppo in direzione di
un’economia sostenibile”, come chiede all’Europa il Commissario Paolo
Gentiloni, questo è il momento di dimostrarlo con i fatti. Con tutta la
gradualità possibile, ma con tutta la determinazione che è necessaria.
Mario Dellacqua
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