martedì 12 aprile 2022

Un nuovo interventismo democratico?

L’odierno interventismo militante e l’intransigenza di molti intellettuali, opinionisti e politici nostrani in merito all’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa (che in questo modo si è messa ingiustificabilmente dalla parte del torto) ed al tragico conflitto che ne è derivato, ricordano (almeno a me) l’atteggiamento nettamente prevalente negli ambienti democratici italiani in occasione della I Guerra Mondiale e la messa all’angolo del pacifismo di parte del mondo cattolico e del neutralismo della maggior parte dei socialisti italiani dell’epoca.

Analogamente la posizione di Francesco per certi versi mi richiama alla memoria le parole di quel Benedetto XV che nell’agosto del 1917 nella sua “Lettera [...] ai capi dei popoli belligeranti” ricordava la propria “perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti” e, senza glissare sui passi necessari per arrivare ad una pace il più possibile giusta, perorava la “cessazione di questa lotta tremenda (la I Guerra Mondiale, n.d.r.), la quale ogni giorno più” gli appariva una ”inutile strage”. In nome del Vangelo e della Costituzione, a bocce ferme, Lorenzo Milani, in “Lettera ai cappellani militari toscani” (1965) si poneva su questa stessa linea “pacifista” condannando tutti i conflitti in cui si era impegnato (o a cui era stato costretto) a partire dal 1860, il popolo italiano (o parte di esso), “salvando” la sola resistenza armata al nazifascismo.

martedì 30 marzo 2021

SOLIDARIETA’ A NONE

 
Nonostante le difficoltà eccezionali, il covid non ha rallentato nell’opera benefica la nostra volontà a sostegno delle persone più deboli.

Una sottoscrizione fra amici ha raccolto una cifra di 750,00 euro a favore di Amref, 300,00 euro a favore della Croce Verde, 300,00 euro a favore di Medici Senza Frontiere e 120,00 euro a favore della Lega del Filo d’Oro.

Il totale della FESTAINROSSO e FONDAZIONE ORSO ammonta alla somma di 157,468 euro.

Nuove iniziative sono allo studio.

mercoledì 10 febbraio 2021

L'A.N.P.I. e il Giorno del Ricordo

Una serata di approfondimento di qualche anno fa
Una serata di approfondimento di qualche anno fa
Come sezione ANPI "Michele Ghio" di None oggi vogliamo ricordare in particolare tutti gli italiani innocenti eliminati dall'Esercito Partigiano Jugoslavo e dalla sua polizia segreta nelle zone miste e contese dell'estremo Nord-Est perché considerati (a torto o a ragione) oppositori politici del progetto espansivo di Tito.
Tra le migliaia di vittime stimate (4-500 all'indomani dell'8 di settembre, 4-5000 al termine del conflitto), oltre a fascisti e collaborazionisti con innegabili responsabilità politiche, furono infatti numerose le persone non compromesse con il regime mussoliniano (tra cui paradossalmente vari partigiani ed antifascisti italiani) a finire in qualche caso nelle famigerate foibe ma perlopiù a morire di stenti o di malattia nei campi di concentramento jugoslavi.
Nonostante si trovasse dalla parte giusta nella guerra scatenata da Hitler e dai suoi alleati (primo fra tutti Mussolini) contro Francia, Inghilterra, USA ed URSS, l'Esercito Partigiano Jugoslavo 

martedì 2 febbraio 2021

Proposta di legge popolare antifascista a None

Cara concittadina, caro concittadino,

da alcune settimane ha preso il via anche nel nostro comune la raccolta di firme per una proposta di legge popolare, promossa dall’Anagrafe Nazionale Antifascista (con sede a Sant’Anna di Stazzema) contro la propaganda fascista e nazista.

C’è tempo fino al 31 marzo 2021 per recarsi in municipio (nel comune di residenza) presso l’Ufficio Segreteria e firmare tale proposta.


Puoi trovare tutte le informazioni sul sito www.anagrafeantifascista.it

domenica 1 novembre 2020

ANCORA SUI 35 GIORNI


Come mai Novelli, Revelli e Rinaldini non si stancano di precisare che il 14 ottobre a Torino non erano 40mila, ma 15mila o al massimo 25mila? Nella Torino del 1980 la sinistra degli amministratori, quella del sindacato, quella antagonista erano lacerate da numerose polemiche, ma a 40 anni di distanza – e non è un caso - si trovano unanimi nel rimuovere un dato scomodo: la sconfitta nacque anche dal fatto che, anche tutte insieme, quelle sinistre avevano perduto la rappresentatività della maggioranza degli operai.

I dirigenti sindacali vennero a indorarci la pillola e impiegarono 15 anni a riconoscere che quella fu una sconfitta al termine di una stagione di avanzate sociali. Nel 1994 Bruno Trentin scrisse che “ogni accordo esiste per come è vissuto dalla gente. E se l’accordo è vissuto come una sconfitta, anche se è stato approvato da un’assemblea, diventa due volte una sconfitta”. Franco Bentivogli vide che “c’era una realtà umana che aveva percepito in modo drammatico il destino che la attendeva, e non poteva cantare vittoria...un mondo gli crollava addosso”.

Già, ma da dove veniva quella sconfitta? I “duemila polacchi” - come li definì Salvatore Tropea - che resistevano ai cancelli furono orgogliosamente liberi di non piegare il loro pensiero ai comandi aziendali, ma rimasero prigionieri di una coerenza che impedì loro di riconoscere che non rappresentavano la maggioranza dei lavoratori. Anzi, da loro si erano progressivamente isolati. Ricordo la vergogna che provammo quando vedemmo arrivare i delegati delle fabbriche emiliano-romagnole chiamati a irrobustire presidi sempre più deboli perché sguarniti di operai e di delegati piemontesi. L’indebolimento della rappresentatività dei Consigli aveva origine in una loro crescente burocratizzazione.  I delegati  “sempre in permesso sindacale” si erano trasformati in un ceto politico indipendente che li faceva assomigliare troppo alle vecchie Commissioni Interne: avevano perso la capacità di dialogo e di unità da cui erano nati tanti contratti che noi gruppettari chiamavamo contratti bidone o giù di lì. Compromessi, cedimenti, mediazioni al ribasso eccetera.

Ci restavano gli sguardi ringhiosi ai picchetti, ma non ci chiedevamo quale solidarietà o comprensione potevamo ottenere dai torinesi che ai blocchi stradali dovevano fare un giro più lungo per andare al lavoro, a scuola, in ospedale, al supermercato o in palestra.

Certo che poteva andare a finire diversamente. Il giorno dopo l’accordo si poteva opporre il voto contrario delle assemblee all’intervento delle forze dell’ordine per rimuovere i presidi manu militari. Ne sarebbe nata una giornata memorabile di scontri, botte, arresti, sangue e forse peggio. Ma non una nuova corso Traiano, perché chi era partito da casa aveva messo il baracchino nella borsa. Era finita. Era finita. 


Mario Dellacqua