sabato 25 aprile 2026

Festa della Liberazione a None

Quest'anno celebriamo non uno ma tre importanti anniversari:
gli 81 anni dalla Liberazione dal nazifascismo;
gli 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente;
e gli 80 anni dal primo voto delle donne.
Ma purtroppo non possiamo solo festeggiare.
Scrive Carlo Ginzburg nell’incipit di un suo breve saggio storico: “Molto tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese a cui apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.
Ecco: ritengo che, per chi come me si sente italiano, europeo ed occidentale, questo valga sia per le storie di ieri che per quelle di oggi.
Seguono tre sommarie riflessioni.
La prima: Fare memoria del nazifascismo e della Resistenza.
Per stare all’Italia, solo una minoranza dei nostri nonni e delle nostre nonne non hanno o non avrebbero avuto motivo di vergogna per aver sostenuto un movimento e poi un regime, come quello del fascismo storico, che si è imposto da subito (anche e soprattutto) con la violenza, ha privato dei diritti politici tutto il popolo italiano, discriminato ebrei, rom, sinti, testimoni di geova, omossessuali ed oppositori politici, perseguitato le popolazioni slave della frontiera orientale, sfruttato e massacrato le popolazioni delle colonie africane, ed infine si è alleato con il regime nazista, ha collaborato alla Shoah e trascinato l’Italia in guerra dalla parte degli aggressori nell’ambito del secondo conflitto mondiale.
Ma evidentemente Ginzburg, nel suo saggio, non parla di questo tipo di vergogna: non parla di chi è stato in qualche misura colpevole di aver sostenuto, collaborato o tollerato i crimini di cui sopra. La vergogna di cui parla Ginzburg è quella di quei pochi italiani dell’epoca che si sono sempre opposti al fascismo ma è anche quella di tutti noi che, ripensando a quanto è stato, proviamo o dovremmo provare un tale sentimento proprio in quanto italiani, europei e magari cristiani. Sì, cristiani, perché, come scriveva Paolo De Benedetti, ad Auschwitz si è prodotta “una morte che non ha avuto resurrezione il terzo giorno, e che è venuta da mani battezzate”.
Ma per fortuna, come si diceva, c’è stato anche qualche italiano che ha mantenuto la schiena dritta per tutta la durata del fascismo e c'è stato più di qualcuno che, in seguito allo shock causato dalla guerra, si è liberato dall'incantamento, ha deciso di dare una svolta alla propria esistenza, ribellandosi finalmente e in mille modi al regime fascista e al suo alleato nazista a rischio della propria vita, contribuendo così all’avvento di una nuova stagione per l’Italia intera.
Una stagione nuova da molteplici punti di vista. Se guardiamo all'Italia, almeno fino al 1912 (anno di introduzione del suffragio universale maschile) la politica era un affare per uomini e perdipiù di una minoranza, visto che dipendeva da istruzione e censo. Nel 1946, sconfitto il fascismo, si arriva al suffragio universale: la metà femminile e da sempre esclusa della popolazione italiana (non parliamo di una minoranza infatti ma di una maggioranza) conquista finalmente il diritto di poter dire la propria al momento delle elezioni. Un passo avanti importante (eppure tanti ne restano da fare) verso l’uguaglianza dei diritti. Un passo avanti democratico e antifascista così come antifascista è stata la Resistenza e resta la Costituzione italiana, elaborata a partire dal 1946 e promulgata nel 1948, che all’art. 1 stabilisce che finalmente ”l’Italia è una repubblica democratica [...]” e non più una dittatura fascista e neppure una monarchia evidentemente collusa con un regime imperdonabilmente alleatosi con Hitler.
Numero due: Guardare al presente.
Il presente per molti versi non è un bel vedere. Rispetto a quanto conquistato nel secondo dopoguerra, grazie al prevalere sulle forze nazifasciste di quelle alleate e soprattutto di quelle democratiche, risultano degli evidenti segnali di regressione.
Dall’aspirazione al multilateralismo all’unilateralismo nazionalista e spesso suprematista. Dalla ricerca dell’inclusione all’esclusione politica, civile e sociale. Dalla lotta per l’uguaglianza ad atteggiamenti di marginalizzazione e discriminazione. Dalla valorizzazione dei principi costituzionali al loro aggiramento e a forme più o meno esplicite di riabilitazione del nazifascismo. Il fascismo storico e le sue varianti giacciono alle nostre spalle sconfitti dalla Storia ma in qualche modo alcuni dei disvalori che erano loro propri ispirano, variamente combinati, anche il presente. 
Lo vediamo appunto anche e proprio qui in Italia, in forma per certi versi attenuata, con la tendenza a non perseguire più politiche redistributive per contrastare le diseguaglianze; nell’indifferenza per la sorte delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo che bussano alle nostre porte e che muoiono a migliaia ogni anno soprattutto nel nostro Mar Mediterraneo, nello sfruttamento degli immigrati e nella xenofobia testimoniata dall’utilizzo senza vergogna di termini obbrobriosi come deportazione e remigrazione. Eppure l’impalcatura democratica uscita dalla Resistenza e imperniata sulla Costituzione resiste e garantisce comunque degli spazi di manovra a chi vuole andare in direzione ostinata e contraria.
E poi ci sono la questione ambientale e la drammatica situazione internazionale nell’ambito della quale mi limito a citare la guerra del Darfur, quella di Ucraina e quelle di Israele, Gaza, Territori palestinesi occupati, Libano, Siria, Iran e dintorni. Alla miriade di conflitti in corso contribuiscono perlopiù negativamente molteplici personaggi. Ne cito tre di cui ho una pessima opinione: Putin, Trump e Netanyahu ma molti altri ce ne sarebbero.
In merito al pluridecennale conflitto israelo-palestinese, scrive ancora Carlo Ginzburg: “L'orrendo massacro del 7 ottobre avrà generato un senso di vergogna negli uomini e donne appartenenti a comunità palestinesi che non si sono riconosciute nelle violenze perpetrate da Hamas. Ma la feroce, criminale risposta del governo Netanyahu, segnata dalle stragi di bambini e di adulti ridotti alla fame nella Striscia di Gaza, ha suscitato un senso di vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica: per esempio, in un italiano ebreo come il sottoscritto. Come porre fine a questa tragedia? Le soluzioni che vengono proposte dal governo israeliano sono ripugnanti, e alimentano l'antisemitismo, ripugnante sotto qualsiasi forma.”
Da parte mia sono convinto che sia certo necessario dire le cose come stanno senza fare sconti a nessuno ma anche cercare di resistere alla tentazione di mettersi a tifare senza se e senza ma per l’una o l’altra parte, contribuendo così alla diffusione dell’odio e del disprezzo reciproco, ed invece sostenere e stare dalla parte di quelle articolate minoranze (spesso esigue purtroppo) che sui vari fronti desiderano ed operano per la pace e la convivenza. Ed ecco di nuovo qualche motivo di speranza e qualcosa e qualcuno da difendere e sostenere, sia qui da noi che laggiù nei luoghi di conflitto, basta informarsi.
Terza ed ultima: Sforzarsi di resistere oggi.
Bisogna trovare il modo di continuare a resistere, certo, ma in che senso e come?
Non credo esistano ricette facili e non sono certo in grado di muovermi con sicurezza nell’ambito di una tale complessità. Preferisco quindi proporvi alcune recenti sollecitazioni in proposito della giornalista e femminista Ida Dominijanni:
“Dobbiamo sottrarci alla pervasività del discorso sulla guerra e all’ideologia della guerra che è anche un modo per occultare e/o distrarci da altri conflitti (ai fascisti di ogni tempo conviene parlare di guerra) e accorgerci che anche nelle situazioni più disumane la vita comunque permane ed è spesso intessuta della cura femminile del mondo;
sottrarci alla tentazione di rifugiarci nella luttuosità e nella depressione e accorgerci che possiamo agire;
per esempio possiamo sforzarci di decostruire senza senso di minorità questa forma di potere, perlopiù machista e patriarcale, apparentemente così potente e fantasmagorica ma in realtà piuttosto caduca;
possiamo impegnarci a lottare per la verità in un regime mediatico e politico della post-veritá;
ma soprattutto possiamo riprendere a parlare, prenderci cura di una costruzione di senso sempre più a rischio, riconquistare le pratiche di parola del capirsi, dell’ascoltarsi, del mettere a confronto diversità, del superare attraverso lo scambio i muri e le barriere identitarie (come nella migliore tradizione ebraica).”

Più facile a dirsi che a farsi ma siamo qui e, come disse a suo tempo don Lorenzo Milani, “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia.”

Viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva l’Italia liberata!

Roberto Cerchio

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