Quest'anno celebriamo non uno ma tre importanti anniversari:
gli 81 anni dalla Liberazione dal nazifascismo;
gli 80 anni dall’elezione dell’Assemblea Costituente;
e gli 80 anni dal primo voto delle donne.
Ma purtroppo non possiamo solo festeggiare.
Scrive
Carlo Ginzburg nell’incipit di un suo breve saggio storico: “Molto
tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese a cui
apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello
di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.
Ecco:
ritengo che, per chi come me si sente italiano, europeo ed occidentale,
questo valga sia per le storie di ieri che per quelle di oggi.
Seguono tre sommarie riflessioni.
La prima: Fare memoria del nazifascismo e della Resistenza.
Per
stare all’Italia, solo una minoranza dei nostri nonni e delle nostre
nonne non hanno o non avrebbero avuto motivo di vergogna per aver
sostenuto un movimento e poi un regime, come quello del fascismo
storico, che si è imposto da subito (anche e soprattutto) con la
violenza, ha privato dei diritti politici tutto il popolo italiano,
discriminato ebrei, rom, sinti, testimoni di geova, omossessuali ed
oppositori politici, perseguitato le popolazioni slave della frontiera
orientale, sfruttato e massacrato le popolazioni delle colonie africane,
ed infine si è alleato con il regime nazista, ha collaborato alla Shoah
e trascinato l’Italia in guerra dalla parte degli aggressori
nell’ambito del secondo conflitto mondiale.
Ma evidentemente
Ginzburg, nel suo saggio, non parla di questo tipo di vergogna: non
parla di chi è stato in qualche misura colpevole di aver sostenuto,
collaborato o tollerato i crimini di cui sopra. La vergogna di cui
parla Ginzburg è quella di quei pochi italiani dell’epoca che si sono
sempre opposti al fascismo ma è anche quella di tutti noi che,
ripensando a quanto è stato, proviamo o dovremmo provare un tale
sentimento proprio in quanto italiani, europei e magari cristiani. Sì,
cristiani, perché, come scriveva Paolo De Benedetti, ad Auschwitz si è
prodotta “una morte che non ha avuto resurrezione il terzo giorno, e che
è venuta da mani battezzate”.
Ma per fortuna, come si diceva, c’è
stato anche qualche italiano che ha mantenuto la schiena dritta per
tutta la durata del fascismo e c'è stato più di qualcuno che, in seguito
allo shock causato dalla guerra, si è liberato dall'incantamento, ha
deciso di dare una svolta alla propria esistenza, ribellandosi
finalmente e in mille modi al regime fascista e al suo alleato nazista a
rischio della propria vita, contribuendo così all’avvento di una nuova
stagione per l’Italia intera.
Una stagione nuova da molteplici punti
di vista. Se guardiamo all'Italia, almeno fino al 1912 (anno di
introduzione del suffragio universale maschile) la politica era un
affare per uomini e perdipiù di una minoranza, visto che dipendeva da
istruzione e censo. Nel 1946, sconfitto il fascismo, si arriva al
suffragio universale: la metà femminile e da sempre esclusa della
popolazione italiana (non parliamo di una minoranza infatti ma di una
maggioranza) conquista finalmente il diritto di poter dire la propria al
momento delle elezioni. Un passo avanti importante (eppure tanti ne
restano da fare) verso l’uguaglianza dei diritti. Un passo avanti
democratico e antifascista così come antifascista è stata la Resistenza e
resta la Costituzione italiana, elaborata a partire dal 1946 e
promulgata nel 1948, che all’art. 1 stabilisce che finalmente ”l’Italia è
una repubblica democratica [...]” e non più una dittatura fascista e
neppure una monarchia evidentemente collusa con un regime
imperdonabilmente alleatosi con Hitler.
Numero due: Guardare al presente.
Il
presente per molti versi non è un bel vedere. Rispetto a quanto
conquistato nel secondo dopoguerra, grazie al prevalere sulle forze
nazifasciste di quelle alleate e soprattutto di quelle democratiche,
risultano degli evidenti segnali di regressione.
Dall’aspirazione al
multilateralismo all’unilateralismo nazionalista e spesso suprematista.
Dalla ricerca dell’inclusione all’esclusione politica, civile e sociale.
Dalla lotta per l’uguaglianza ad atteggiamenti di marginalizzazione e
discriminazione. Dalla valorizzazione dei principi costituzionali al
loro aggiramento e a forme più o meno esplicite di riabilitazione del
nazifascismo. Il fascismo storico e le sue varianti giacciono alle
nostre spalle sconfitti dalla Storia ma in qualche modo alcuni dei
disvalori che erano loro propri ispirano, variamente combinati, anche il
presente.
Lo vediamo appunto anche e proprio qui in Italia, in
forma per certi versi attenuata, con la tendenza a non perseguire più
politiche redistributive per contrastare le diseguaglianze;
nell’indifferenza per la sorte delle popolazioni dei paesi in via di
sviluppo che bussano alle nostre porte e che muoiono a migliaia ogni
anno soprattutto nel nostro Mar Mediterraneo, nello sfruttamento degli
immigrati e nella xenofobia testimoniata dall’utilizzo senza vergogna di
termini obbrobriosi come deportazione e remigrazione. Eppure
l’impalcatura democratica uscita dalla Resistenza e imperniata sulla
Costituzione resiste e garantisce comunque degli spazi di manovra a chi
vuole andare in direzione ostinata e contraria.
E poi ci sono la
questione ambientale e la drammatica situazione internazionale
nell’ambito della quale mi limito a citare la guerra del Darfur, quella
di Ucraina e quelle di Israele, Gaza, Territori palestinesi occupati,
Libano, Siria, Iran e dintorni. Alla miriade di conflitti in corso
contribuiscono perlopiù negativamente molteplici personaggi. Ne cito tre
di cui ho una pessima opinione: Putin, Trump e Netanyahu ma molti altri
ce ne sarebbero.
In merito al pluridecennale conflitto
israelo-palestinese, scrive ancora Carlo Ginzburg: “L'orrendo massacro
del 7 ottobre avrà generato un senso di vergogna negli uomini e donne
appartenenti a comunità palestinesi che non si sono riconosciute nelle
violenze perpetrate da Hamas. Ma la feroce, criminale risposta del
governo Netanyahu, segnata dalle stragi di bambini e di adulti ridotti
alla fame nella Striscia di Gaza, ha suscitato un senso di vergogna sia
in Israele sia nella diaspora ebraica: per esempio, in un italiano ebreo
come il sottoscritto. Come porre fine a questa tragedia? Le soluzioni
che vengono proposte dal governo israeliano sono ripugnanti, e
alimentano l'antisemitismo, ripugnante sotto qualsiasi forma.”
Da
parte mia sono convinto che sia certo necessario dire le cose come
stanno senza fare sconti a nessuno ma anche cercare di resistere alla
tentazione di mettersi a tifare senza se e senza ma per l’una o l’altra
parte, contribuendo così alla diffusione dell’odio e del disprezzo
reciproco, ed invece sostenere e stare dalla parte di quelle articolate
minoranze (spesso esigue purtroppo) che sui vari fronti desiderano ed
operano per la pace e la convivenza. Ed ecco di nuovo qualche motivo di
speranza e qualcosa e qualcuno da difendere e sostenere, sia qui da noi
che laggiù nei luoghi di conflitto, basta informarsi.
Terza ed ultima: Sforzarsi di resistere oggi.
Bisogna trovare il modo di continuare a resistere, certo, ma in che senso e come?
Non
credo esistano ricette facili e non sono certo in grado di muovermi con
sicurezza nell’ambito di una tale complessità. Preferisco quindi
proporvi alcune recenti sollecitazioni in proposito della giornalista e
femminista Ida Dominijanni:
“Dobbiamo sottrarci alla pervasività del
discorso sulla guerra e all’ideologia della guerra che è anche un modo
per occultare e/o distrarci da altri conflitti (ai fascisti di ogni
tempo conviene parlare di guerra) e accorgerci che anche nelle
situazioni più disumane la vita comunque permane ed è spesso intessuta
della cura femminile del mondo;
sottrarci alla tentazione di rifugiarci nella luttuosità e nella depressione e accorgerci che possiamo agire;
per
esempio possiamo sforzarci di decostruire senza senso di minorità
questa forma di potere, perlopiù machista e patriarcale, apparentemente
così potente e fantasmagorica ma in realtà piuttosto caduca;
possiamo impegnarci a lottare per la verità in un regime mediatico e politico della post-veritá;
ma
soprattutto possiamo riprendere a parlare, prenderci cura di una
costruzione di senso sempre più a rischio, riconquistare le pratiche di
parola del capirsi, dell’ascoltarsi, del mettere a confronto diversità,
del superare attraverso lo scambio i muri e le barriere identitarie
(come nella migliore tradizione ebraica).”
Più facile a dirsi che
a farsi ma siamo qui e, come disse a suo tempo don Lorenzo Milani, “Ho
imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti
insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia.”
Viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva l’Italia liberata!
Roberto Cerchio

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