domenica 20 novembre 2016

Lettera aperta al Sindaco di None

Gentile Signor Sindaco,
sono rimasto francamente scandalizzato dai tuoi interventi durante la festa delle Forze Armate lo scorso 6 novembre.
Mi rendo conto che alcuni discorsi sono in qualche modo obbligati dalla natura della celebrazione, e che i margini di manovra rispetto agli argomenti siano molto stretti. Però sono convinto che questo non giustifichi il fatto di dire cose palesemente false, in special modo di fronte ai ragazzi delle scuole, quel giorno convocati.
Ciò che è emerso dai tuoi due discorsi è infatti una “pappa di passato”, come l’avrebbe chiamata Furio Jesi, nella quale è scomparsa ogni distinzione fra i combattenti nonesi. Di loro hai infatti detto più volte che sono morti tutti per “amore di patria” e per “la democrazia e la libertà”.
Quest’ultima affermazione è sbagliata e, appunto, falsa; e svaluta in maniera indegna i concetti stessi di democrazia e di libertà.
Non c’è bisogno di essere insegnanti di storia per capire che i soldati del 1915-1918 possono essere anche partiti per ideali patriottici, per ‘liberare le terre irredente’, ma quelli del 1940-45 sono stati mandati al massacro da un regime scellerato con manie di grandezza, senza alcuna intenzione di portare “democrazia e libertà” nelle terre che comandava man mano di invadere; e peraltro questo è avvenuto dentro un’alleanza che ha reso l’esercito italiano di fatto complice dei crimini hitleriani. Nel lungo elenco di nomi ripetuto due volte, gli unici a combattere per “democrazia e libertà” sono stati forse i tre caduti alla stazione, che peraltro non erano di None. (Non ho bisogno di dirti che ci sono stati dei nonesi che hanno combattuto per queste cose; ma a loro non è dedicata né una strada, né un vicolo, né una lapide, né li si ricorda in questa occasione). Ciò che mi ha profondamente irritato è la volontà di esaltare a priori la figura del soldato, soprattutto del soldato morto. Anche qui chiamo in causa Furio Jesi, che a proposito dei fascismi ha parlato di “religione della morte”, usata per creare nella popolazione il senso di un’unione mistica fra loro e Duce.
A cosa serve gridare, e far gridare ai ragazzi delle scuole, “presente!” dopo il nome di ogni caduto? (Una cerimonia ripetuta due volte, al cimitero e al Municipio).
A cosa serve gridare “onore alla bandiera” e “onore ai caduti”?
Non si tratta forse di una cerimonia pseudo-religiosa, al cui centro non c’è un dio ma la Patria?
Peraltro senza avere le idee chiare su questa Patria, che si riduce appunto a una bandiera, a un militaresco “spirito di corpo” (senza che il corpo esista!), a concetti vaghissimi come Eroismo e Tradizione e al ricordo dei Morti, importanti solo perché tali. La stessa cosa accadeva ai primordi del fascismo, quando si esaltavano i caduti della prima guerra mondiale per cementare il consenso al regime, e poi dopo, con il culto del Milite Ignoto. I ragazzini a cui sono stati messi dei fiori in mano, cosa hanno tratto da quella giornata? Cosa avrebbero dovuto imparare, secondo gli organizzatori? C’era qualche differenza sostanziale rispetto all’uso strumentale che ne faceva Mussolini, che li usava come semplice decorazione per le sue cerimonie?
Io penso che il 4 novembre possa essere festeggiato solo vigilando sull’oggi, interrogandosi sul ruolo che le attuali Forze Armate possono avere, loro sì, nel difendere democrazia e libertà, puntando alla scomparsa della guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Penso che lo si debba festeggiare insegnando ai ragazzi le sfumature della storia del proprio paese, senza fare una pappa di tutto, né esaltare i morti, che – con tutto il rispetto – per la maggior parte sono morti per niente, per le manie di grandezza dei governi, altro che per ‘amor di patria’, ‘democrazia’, ‘libertà’. E poi: perché le famiglie di quei morti hanno sempre considerato la guerra come qualcosa di inevitabile, alla stregua di un terremoto o di un’inondazione? Perché non hanno fatto due più due e non hanno maledetto i governanti che mandavano al massacro i soldati, invece di limitarsi a piangere come se quelli fossero stati vittime di un incidente qualsiasi? E quando ne parliamo oggi, perché quei governanti nemmeno li nominiamo?

Scusa la veemenza, ma tanto ti dovevo.

Massimo Bonifazio


I concetti di “pappa di passato” e di “religione della morte” li ho presi da Furio Jesi, Cultura di destra, a cura di Andrea Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011.

2 commenti:

  1. Roberto Cerchio21 novembre 2016 07:59

    Condivido pienamente. E colgo l'occasione per invitare l'Amministrazione ad un ripensamento anche per quanto riguarda i festeggiamenti del prossimo 25 aprile: basta con gli elenchi indifferenziati dei caduti. Se il 4 novembre fa tradizionalmente riferimento alla Prima Guerra Mondiale, la festa della Liberazione ci impone di ricordare chi è caduto o comunque si è speso per la Libertà contro fascisti e tedeschi invasori, nonché le vittime civili del conflitto (sempre rigorosamente dimenticate). Punto. Il 15-18 non c'entra un fico.

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  2. Sono contento di poter leggere questo intervento di Massimo, una pietra nello stagno di una subcultura appiattita dai luoghi comuni e dal legame passivo con il mito del dovere per la patria che il Sindaco stancamente ripropone. "Il Piave mormorò" contiene un falso storico e la preghiera dell'alpino presenta un'esaltazione religiosa delle armi che ripugna alla coscienza di credenti e on credenti. Ma in nome della "tradizione" la si ripete ogni tanto, non so se anche il 4 novembre. Mario Dellacqua

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