martedì 31 marzo 2020

I CRISTIANO SOCIALI E L’AMNESIA CONSAPEVOLE DELL’UGUAGLIANZA




Non so se è una regola fissa. Capita però ai piccoli partiti e ai movimenti politici di pagare con la propria estinzione il coraggio di portare sulle proprie spalle il peso di problemi soverchianti. Quando il peso li schiaccia, il patrimonio che hanno acquisito con la loro paziente e minoritaria elaborazione un po’ evapora, un po’ marcisce, un po’ viene superficialmente rimosso. Un po’ emigra verso formazioni più grandi che risolvono, aggravano o ritrovano l’antico rovello.
Che questo fosse il caso dei Cristiano Sociali, lo pensavo già dopo aver letto gli scritti curati da Claudio Sardo in occasione dei novant’anni di Domenico Rosati. Il sospetto si è rinvigorito dopo il mio incontro con la “Storia dei Cristiano Sociali 1993-2017” curata sempre da Claudio Sardo insieme con Carlo Felice Casula e Mimmo Lucà: quest’ultimo nella doppia veste di protagonista e ricostruttore di quella ventennale esperienza politica.
Il titolo - “Da credenti nella sinistra” - sintetizza l’obiettivo storico che quel movimento si prefiggeva fin dal suo nascere. Dopo Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, la fine della conventio ad excludendum dei comunisti dal governo offriva l’opportunità di conquistare una democrazia bipolare dell’alternanza. Già, ma a “destra” bisognava evitare, come temeva Pietro Scoppola, che la Chiesa italiana si sentisse sospinta “irrimediabilmente verso una destra senza storia vanificando lo sforzo di due generazioni di democratici cristiani, da De Gasperi a Moro”. E, nello stesso tempo, bisognava chiarire la questione della laicità, ovvero del rapporto tra autonomia del cattolicesimo democratico e dottrina della Chiesa amministrata dall’autorità della gerarchia. 
A “sinistra”, andava salvaguardata la tensione ideale e programmatica verso l’uguaglianza, mentre andava incoraggiato il congedo degli eredi del comunismo italiano dal mito della rivoluzione: li aveva esclusi dal governo non il divieto americano, ma un’alleanza duratura, convincente e popolare fra chi temeva per la libertà di tutti e chi temeva per la propria proprietà.
A DESTRA. Esaurita l’esperienza onnicomprensiva della Democrazia cristiana, occorreva giocoforza riprendersi dalla traumatica consumazione dell’unità politica dei cattolici. Costretti alla diaspora, bisognava animare da protagonisti la ricomposizione. Un compito da far tremare le vene e i polsi. Si trattava di affermare una laicità che battesse in breccia il progetto di trasformare la religione cristiana in religione civile. Così la CEI guidata da Camillo Ruini avrebbe voluto illuminare la rigenerazione della società, in dialogo preferenziale con un centrodestra magari fiancheggiato da una galassia di cooperative e di associazioni bianche non solo cielline o cisline. Ma si trattava pure di non cedere alle sirene del laicismo che denunciava in ogni pronunciamento cattolico su bioetica, fecondazione assistita, famiglia o fine vita un’indebita interferenza della gerarchia nelle scelte del Parlamento. I Cristiano Sociali, con santa pazienza, spiegarono sia ad “Avvenire”, sia al cardinale, che i confini dello Stato democratico sono più ampi dei confini delle comunità religiose. Spetta alla dialettica parlamentare il compito di individuare le mediazioni percorribili per concordare indirizzi e regole sul terreno legislativo “in un quadro di forte pluralismo etico”. Principi “non negoziabili” possono essere impartiti alla comunità dei fedeli, non imposti alla comunità multireligiosa della società moderna. E spiegarono alla sinistra influenzata dal pensiero radicale che la laicità del terzo millennio non poteva essere un guinzaglio giacobino imposto per decreto alla libertà delle voci religiose. Cercarono di convincere entrambi che laicità è, all’opposto, affermazione positiva di uguale libertà e dignità per tutte le fedi religiose. 
A SINISTRA, era necessario produrre altre rotture per dare un’anima allo schieramento progressista: la questione sociale dell’uguaglianza, stella polare e propellente dell’impegno di Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti, è stata gradualmente declassata a “ideologia del livellamento” e a copertura di una “cultura della mediocrità” quando non dell’assistenzialismo parassitario. Tutt’al più si auspicava la ricerca della “pari opportunità di partenza”, ma si lasciava in ombra l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze nei punti di arrivo. 
I Cristiano sociali dovettero spiegare che la retorica meritocratica dei talenti non aveva armi per far progredire chi andava a fondo nella competizione utile a premiare i migliori: anzi denunciarono che nell’area liberaldemocratica prosperava la segreta convinzione che le disuguaglianze fossero il portato inevitabile di una crescita dell’economia. 
I Cristiano sociali invece pensavano che “tormentare i confortati per confortare i tormentati” (come amava ripetere Carniti) non era solo un esercizio risarcitorio di giustizia distributiva, ma era la premessa di un benefico sviluppo sociale. Certo, non si possono far parti uguali tra disuguali, come ripeteva Gorrieri ispirandosi a don Milani: il criterio per misurare la ricchezza e la povertà era il reddito famigliare. E qui cominciarono i dolori anche con gli 80 euro di Renzi, erogati nella stessa misura a nuclei di 3-4 componenti o di un componente solo escludendo soggetti incapienti e del tutto privi di reddito.
L’amnesia consapevole della questione sociale è stata causa di perdita di credibilità della sinistra di governo tra le classi subalterne e le periferie territoriali. La fede indiscussa nelle magnifiche sorti e progressive della modernità ha portato la sinistra a identificare il progresso con il dominio del mercato e del profitto: ha disarmato il suo spirito critico e ha finito per presentare il centrosinistra come espressione dei ceti privilegiati e già tutelati. Difficile contraddire questo amaro bilancio di Mimmo Lucà.
Anche se l’obiettivo di arrivare al Partito democratico è stato organizzativamente raggiunto, molta strada resta da fare sul terreno della revisione delle strategie, dei modelli organizzativi, del regime democratico interno (ma quanto contano gli iscritti?). Il cammino dell’innovazione prospettata dai Cristiano Sociali è sempre irto di ostacoli, ma la storia di questi mesi tormentati conferma necessità e fascino di quell’impegno antico.
Del resto, “laicamente parte e non integralisticamente tutto”, questa era la missione storica che Alfredo Reichlin assegnava al Pd in cui credeva: far risorgere la coscienza nazionale e un nuovo patriottismo attorno ai valori che seppero fondare la Repubblica e scrivere nella Carta Costituzionale l’alto compromesso fra tradizione liberaldemocratica, solidarismo cattolico e pensiero socialista.
Nell’ora straziante del contagio, lo posso dire con le parole di De Gasperi alla Conferenza di Parigi del 10 agosto 1946, dove osò parlare “come rappresentante della nuova Repubblica” appena nata per armonizzare “in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori”. 
Mario Dellacqua

C. F. CASULA – C. SARDO – M. LUCA’, Da credenti nella sinistra. Storia dei Cristiano Sociali 1993-2017, prefazione di Romano Prodi, il Mulino, 2019, p. 385, euro 30.

venerdì 27 marzo 2020

LE ACLI DI DOMENICO ROSATI: QUANDO UN VECCHIO SLOGAN TORNA D’ATTUALITA’



Al di qua del partito, oltre il sindacato. Quasi circolo cattolico, ma crocevia periglioso di fortodossie e eresie in magmatico fermento. Presidio caritativo di assistenza nelle periferie sociali, ma colosso e formica della cooperazione. Secondo monsignor Domenico Tardini, le Acli non erano “nè carne, né pesce”. Nelle mani della lunga presidenza di Domenico Rosati, le Acli si destreggiarono e si sinistreggiarono fra unità sindacale e compromesso storico, fra le protezioni del collateralismo democristiano e l’ardimento blasfemo della scelta socialista, fra fine traumatica dell’unità politica dei cattolici e ossequio al magistero della Chiesa, fra fedeltà atlantica e apertura a un pacifismo indipendente dai blocchi.
Giovanni Battista Montini le tenne a battesimo nel 1944 per dotare di un’identità la corrente cristiana nella Cgil unitaria: appena in tempo per fiancheggiare l’avventura della Cisl dopo la rottura seguita all’attentato a Togliatti del luglio 1948. Ma, liberata dal sovraccarico dell’egemonia comunista, la Cisl subì il lacerante dubbio fra confessionalismo e laicità: se per Guido Gonella il sindacato “o sarà cristiano o non sarà”, per Giulio Pastore era chiaro invece che il sindacato “o sarà dei lavoratori o non sarà”. In quell’occasione, un’organizzazione dalle radici confessionali come le Acli diventò guida di un tragitto aconfessionale, laico e pluralista per un sindacato destinato a  praticare un’interpretazione democratica del conflitto sociale. 
Fu il primo e non l’ultimo anello di una catena di dilemmi, ma rivelò ai protagonisti di tante tensioni che la laicità non è una virtù di tanti laici, come non tutti i preti sono clericali.  Certo, non deve essere stato agevole, prima per Emilio Gabaglio subire nel giugno 1971 la deplorazione di Paolo VI che non sopportò il “dramma” della scelta socialista di Vallombrosa (1970) e decise di allontanare dalle Acli gli assistenti ecclesiastici. E non deve essere stato gratificante, per Domenico Rosati, subire le convocazioni del cardinale torinese Anastasio Ballestrero o del milanese Giovanni Colombo che fraternamente chiedevano di “mandare via” dirigenti favorevoli alle candidature indipendenti nelle liste comuniste: Rosati riconobbe che l’omaggio al pluralismo non annullava il dovere di obbedire alla gerarchia ecclesiastica, ma rispose ai severi richiami dei porporati che lui, tra Magistero e coscienza, avrebbe accettato il primato del Magistero, che però non imponeva mai di andare contro coscienza. 
Quando tirava aria di scissioni, sia nelle Acli con Carlo Borrini nel 1972, sia nella Cisl con Vito Scalia nel 1974, sia nella Democrazia cristiana destabilizzata dagli esiti del referendum sul divorzio, Domenico Rosati arrivò a confessare più volte di essere arrivato a presiedere “non un’associazione ma un problema”. Ecco perchè, neppure in occasione del novantesimo compleanno del suo più longevo leader, il paradosso delle Acli mal si presta ai linguaggi deferenti delle celebrazioni commemorative. D’altra parte, lo sguardo a ritroso dei tanti protagonisti (ex presidenti, sindacalisti, ecclesiastici, animatori politici) riporta coralmente in primo piano l’attualità di uno slogan che non sembra invecchiato dal 1981 e che sembra illuminare le sfide dell’oggi: le domande inevase da cui nasce l’inganno dei populismi hanno davvero bisogno di “un movimento della società civile per la riforma della politica”. Non c’è altra strada percorribile, se si vuole evitare che la democrazia ceda non davanti alle spallate aggressive di un nemico esterno, ma si svuoti per l’effetto di dissanguamento di una cittadinanza sterilizzata dalla sistematica riduzione dei soggetti sociali al rango di consumatori. Di questi tempi, e da tempo immemorabile, spettatori e crocettatori quinquennali di schede sono convocati – quando va bene – per applaudire il leader in ascesa o per disarcionare il capo caduto in disgrazia. In attesa di riprendere il ciclo di malcontento-esplosione-passività.
Non è più tempo di spendersi nel “ritorno sul territorio” o nelle periferie per riacquistare sul mercato delle immagini simpatie perdute e sintonie smarrite. La riforma della politica (non evoco più l’azzardo della “rifondazione”) potrà ritrovare una sua utilità se saprà investire le sue energie elaborative, culturali, programmatiche e organizzative nella lotta per rendere la vita quotidiana più giusta e più democratica. E per incamminarsi risolutamente su questa strada, l’insediamento governativo non è la precondizione ineludibile, come pensavano quando eravamo socialdemocratici o sovietici.
Se vogliamo trovare quei 2,1 milioni di cittadini disposti a impegnarsi attivamente per conseguire l’obiettivo del cambiamento sociale, come vuole la regola del 3,5% della studiosa americana Erica Chenowet, un movimento della società civile per la riforma della politica ci serve come il pane. Ci serve una rete di movimenti e di poteri locali, aziendali, sindacali, municipali, parrocchiali, associativi in grado di alimentare controllo democratico, ispirazione, fiancheggiamento, contestazione creativa e partecipazione conflittuale o collaborativa: prendere parte nel senso di prender parola e prendere parte nel senso di prendere un pezzo di mondo, da curare se va bene e da cambiare se gira al contrario.
In fondo non è questo il nodo che stringe le sardine e le obbliga ad aprirsi o a perire? Contaminazione e sperimentazione sono le parole chiave della nuova resistenza e della nuova possibile controffensiva democratica.
Mario Dellacqua

CLAUDIO SARDO (a cura di), Cristiani di frontiera. Scritti in onore di Domenico Rosati, Diabasis edizioni 2019, p. 168, euro 13.

sabato 14 marzo 2020

OSSERVATORIO NONESE N. 41: UN MESSAGGIO DELLA SINDACA

Cari concittadini, 
l’emergenza sanitaria persiste e si conferma seria. Nel correre veloce di notizie e disposizioni, i Sindaci stanno cercando di tenere il passo, collegati con le Autorità superiori, per informare i cittadini in modo corretto su quale sia la reale misura dell’emergenza e su come comportarsi per contrastare la diffusione del virus. Per tutti è un tempo difficile, viviamo giorni complicati e situazioni sconosciute per il nostro moderno modo di vivere.

lunedì 9 marzo 2020

OSSERVATORIO NONESE N. 40: AFFITTI CALMIERATI - UNA POSSIBILITA’ IN COMUNE



La Giunta comunale ha deciso di confermare l’accordo già stipulato a gennaio 2015 con il Comitato Rete Casa del Pinerolese. 
L’intesa ha validità di due anni e ha “la finalità di affidare” a Rete Casa “il compito di valutare complessivamente la situazione abitativa sul territorio comunale e conseguentemente fornire una risposta al fabbisogno abitativo in None”. 
Ai fini dell’applicazione di canoni calmierati, si stabilisce che, “a fronte dell’adesione al contratto con canone concordato, al proprietario dell’alloggio si riconosce l’aliquota agevolata ai fini IMU”. 
In caso di eventuali morosità dell’inquilino, “la garanzia a favore del proprietario verrà rilasciata dal Comitato Rete Casa del Pinerolese previa copertura che il Comune provvederà ad erogare periodicamente”.

martedì 3 marzo 2020

OSSERVATORIO NONESE N. 39: PERFORMANCE IN MUNICIPIO

Il miglior utilizzo delle risorse umane impiegate nel funzionamento quotidiano della macchina comunale solleva l’attenzione dei cittadini che misurano con la loro osservazione e la loro esperienza il divario fra aspirazioni e ritardi, fra urgenze e priorità, fra costi e sprechi negli interventi degli enti pubblici. La dialettica fra Amministrazione e rappresentanze dei dipendenti è fondamentale per perseguire sia l’efficienza degli interventi quotidiani, sia la progettazione a lungo termine delle opere nel campo della viabilità, della scuola, dello sport e delle scelte nella difesa del territorio. Bisogna, in altre parole, pensare in grande al futuro senza perdere di vista le necessità del presente e della buona gestione dell’ordinario.
A tal fine, l’Amministrazione in carica definisce “gli obiettivi ed i programmi da attuare” e, successivamente, “verifica la rispondenza” dei risultati raggiunti in base ai quali sono riconosciuti ai dipendenti gli incentivi previsti dalle leggi e dagli accordi sindacali. La trattativa “è finalizzata alla valorizzazione del merito e al conseguente riconoscimento di meccanismi premiali ai Responsabili di settore ed ai dipendenti”. In tal modo, Amministrazione e cittadini hanno “uno strumento di valutazione dei risultati ottenuti in relazione agli obiettivi prefissati”. Una delegazione trattante di rappresentanti dei lavoratori è dunque chiamata a definire ogni anno con la controparte dei responsabili di ciascun Ufficio sia gli “obiettivi di performance” ad inizio anno, sia il loro conseguimento a fine anno. Ciò “quantificando i mezzi, anche finanziari, da assegnare ai dirigenti/responsabili dei servizi”.
Chiaro che la dialettica ha un senso solo se gli obiettivi sono definiti ad inizio anno, giacché ogni ritardo aumenterebbe il rischio che obiettivi assegnati  e obiettivi raggiunti coincidano. Ciò vanificherebbe ogni possibilità di controllo democratico e annullerebbe così la visibilità di ogni dialettica fra le parti.
La nuova Amministrazione guidata dal Sindaco Loredana Brussino si è preoccupata nel corrente mese di febbraio di nominare le delegazioni trattanti e ha fissato gli obiettivi di efficienza e di “significativo miglioramento della qualità dei servizi” assegnati a ciascuno Ufficio. La delegazione trattante di parte pubblica è presieduta dal Segretario Comunale, il dott. Pietrantonio Monte,  ed è composta da un componente per ogni Servizio: l’Amministrazione Generale, l’Edilizia Privata, i Lavori Pubblici, il Servizio Finanziario e la Polizia Municipale. A tutela degli interessi e dei “bisogni della collettività”, l’Organismo di Valutazione, Dott.ssa Gisella Alfiero, il 17 febbraio 2020 “ha validato i suddetti obiettivi, affidando al controllo interno la competenza di fornire il report finale”.
Mario Dellacqua e Stefano Garabello