venerdì 27 gennaio 2017

27 gennaio 1945-2017: dove abita il dolore di Dio

Vorrei partire da Jad wa-Shem. Temo che molti, la maggioranza dei cristiani, anche tra coloro che compiono pellegrinaggi in “Terra Santa”, non sappiano che cosa sia Jad wa-Shem, e ignorino che, nella “Terra Santa”, questo è oggi il luogo più santo. Jad wa-Shem è un’espressione biblica che alla lettera significa “mano e nome”, e designa un monumento, un memoriale che conserva il “nome” (Is 56, 5).
A Gerusalemme, Jad wa-Shem è il memoriale dell’Olocausto, o, come meglio si dice oggi, della Shoà. Comprende, oltre ad archivi, biblioteca e una grande documentazione di immagini, il Viale dei Giusti, in cui ogni albero reca il “nome” di un non ebreo morto per salvare gli ebrei, la Valle delle Comunità perdute, con lapidi di tutte le comunità ebraiche distrutte dai nazisti, l’Aula del Ricordo dove una fiamma perenne arde davanti ai “nomi” dei grandi campi di sterminio (Auschwitz, Majdanek, Sobibor, Treblinka...), e infine, costruita più recentemente, la Galleria dei Bambini.

E’ una galleria sotterranea che si percorre, tenendosi a un corrimano, in un buio totale, nel quale in alto si accendono e palpitano piccole luci, quasi lucciole o stelle, mentre una voce dice i “nomi”, l’età, la provenienza del milione e mezzo di  ebrei uccisi nella Shoà. E’ una straziante discesa agli inferi che più di ogni altra esperienza ci avvicina […] [all’]ineffabilità del male [...], e lascia -in chi percorre quel cammino- il senso di un’immensa irreparabilità, di un baratro che neppure la giustizia di Dio -“se così si può dire”- riesce a colmare. L’irreparabilità di vite non vissute e ridotte a “nomi”. “Dire” questi nomi è nello stesso tempo il segno della nostra totale impotenza di fronte al male, e l’atto più religioso che possiamo compiere. Impotenza perché la Shoà, di questi bambini, ci ha lasciato soltanto (e non sempre) il nome. Ma il nome, e più che mai a Jad wa-Shem, significa vittoria contro il nulla: una piccola vittoria, un seme di ricordo, che ci consente di affermare davanti all’ombra di Hitler: “Questo bambino è esistito”. E tuttavia la sua piccola storia è quasi sempre sparita, come non avvenuta, e la sua grande storia di persona adulta e ricca di eventi non è mai iniziata. [...]

“Tra i miei amici assassinati c’erano alcune persone straordinarie, che brillavano come stelle […]” [scrive Roman] Halter: è questo che si vede nella Galleria dei Bambini a Gerusalemme. Guardando quelle stelle, non si può non pensare come si è capovolta la benedizione di Dio ad Abramo: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle... Tale sarà la tua discendenza” (Gn 15,5). Infatti, nella Galleria dei Bambini occorrono due anni per dire i nomi di tutte quelle stelle. Esse formano oggi -ne siamo certi- la corte celeste di Dio, in luogo degli angeli che non hanno saputo custodirle. [...].
Resta il nome, che separa il non più dal non essere: e questo nome è affidato a noi, perché lo preserviamo, come una piccola fiamma, dai venti neri dell’oblio. [...]
[…] Sopravvivere per non dare una vittoria postuma a Hitler. Sopravvivere, cioè continuare a nascere; ma sopravvivere anche nel senso di conservare [...] esistenza agli uccisi, dar loro un ricordo più lungo non solo della loro breve vita, ma anche della lunga vita che avrebbero avuto il diritto di vivere. Ricordare, osserva in un suo articolo Ferdinando Camon, significa far vivere con noi anche coloro che abbiamo perduto, aiuta i morti a morire meno. Ma nel caso della Shoà il ricordo è un dovere assoluto [...] di restituzione del non vissuto: anche se questi bambini sono ora la corte celeste del Signore, patiscono la somma ingiustizia di non essere vissuti.

Di fronte alla loro sorte, gli ebrei, come abbiamo detto, devono replicare a Hitler esistendo [...]. Ma i non ebrei, i cristiani, che cosa devono dire, che cosa devono fare? Qui il ricordo assume un ulteriore significato: significa fare l’esperienza […] di una morte che non ha avuto resurrezione il terzo giorno, e che è venuta da mani battezzate. La [...] conversione cristiana non passa soltanto attraverso le parole di confessione o attraverso i pensieri di una teologia convertita. Passa attraverso questo ottavo sacramento che è Jad wa-Shem: sacramento nel duplice senso che ci fa sperimentare la Shoà e ci introduce alla corte di Dio. Ma non immaginiamoci di trovare, al di là di quella soglia, il Dio della nostra infanzia. Anch’egli ha consumato le parole, e tace: e tuttavia là è il suo trono, là è il Santo dei Santi. L’ingresso […] [di noi che non siamo ebrei] nell’alleanza, oggi è Jad wa-Shem, o non è. […]

Nel Libro Nero, l’antologia di Ilya Ehrenburg e Vassily Grossmann sulla distruzione degli ebrei russi durante l’occupazione, si può leggere la storia di una madre ebrea, in qualche posto dell’Ucraina, i cui due bambini furono decapitati davanti ai suoi occhi. Colta da follia, essa afferrò i due cadaveri mutilati e cominciò a danzare. Danzava e danzava, mentre gli assassini la guardavano e ridevano. Alla fine uccisero anche lei.
[…] Se tutto ciò che esiste è conosciuto da Dio [...] la danza di quella donna è per sempre parte della conoscenza divina, esiste in eterno. E così si può dire di ogni altro dolore. Per questo abbiamo detto che Jad wa-Shem è il luogo più santo della città dove Dio ha scelto di “far abitare il suo Nome” (Dt 12,11): perché è il luogo dove abita il dolore di Dio.

[...] [Un commento ebraico al libro delle] Lamentazioni narra che Dio voleva piangere sulla rovina del suo popolo “Venne Metatron [l’angelo che sta presso il trono di Dio], si prostrò e disse: “Io ti ubbidirò, ma tu non devi piangere”. Allora Dio disse: ”Se tu non vuoi che io pianga, io andrò in un luogo dove non ti è permesso entrare, e là piangerò, come è detto: La mia anima piangerà in luoghi segreti (Ger 13, 17)”” (Lam Rabbà 24,6b).
Noi sappiamo qual è oggi questo luogo.

Tratto da: “Dove abita il dolore di Dio” in Paolo De Benedetti: Quale Dio? Una domanda dalla storia. Morcelliana, 1996

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