martedì 20 marzo 2012

IL BEATO LICENZIABILE


E’ proprio vero che l’applicazione dell’art. 18 scoraggia gli investimenti stranieri? I costi sono in effetti molto elevati, specialmente se la sentenza dovesse dare ragione al lavoratore, ma si tratta di poche decine di casi all’anno. Le procedure in Tribunale si rivelano molto lunghe e nella stragrande maggioranza dei casi terminano o in accordi di conciliazione patrocinati dal giudice o in rinunce. Le lungaggini lamentate da più parti non possono essere ascritte alla norma, e non si vede perché non si debbano introdurre disposizioni che facilitino un funzionamento più snello della burocrazia italiana.

Va precisato che in Italia licenziare per ingiustificato motivo non è possibile per nessuno, anche nelle aziende sotto i 15 dipendenti o sotto i 5 dipendenti. La sanzione c’è sempre, ma il reintegro è previsto solo sopra i 15 dipendenti. Piuttosto, va incoraggiata la proposta che sta maturando nel movimento sindacale - e nella Cisl in particolare - per estendere anche alle aziende sotto i 5 dipendenti le tutele della legge 223 in materia di procedure per le riduzioni di personale, per la cassa integrazione e per la mobilità.
Il giuslavorista Pietro Ichino propone di rivedere l’art.18 e di sbloccare la rigidità in uscita perchè convinto di facilitare per questa via l’incremento degli ingressi al lavoro. Il senatore democratico parte dalla convinzione che la difficoltà di far crescere l’occupazione può essere combattuta solo se si fornisce alle imprese una più incisiva discrezionalità imprenditoriale accompagnandola sempre con un pesante onere economico (indennità a suo carico) anche nei casi di riduzione personale (licenziamenti) per “giustificato motivo”. E’ scartata ogni ipotesi sindacale di manovre sugli orari (cui ormai solo Pierre Carniti e Nicola Cacace sono legati) che rimane la manovra più efficace per  creare (suddividendolo) il lavoro tra chi lo possiede e chi no! Come ha fatto gran parte delle industrie tedesche. Ichino pensa invece che l’unica redistribuzione del lavoro possibile sia quella di ridurre i costi e di acquisire competitività attraverso l’indebolimento dei diritti e delle tutele per oliare la flessibilità.
L’articolo 18 non regola la flessibilità in uscita. E’ una garanzia contro i licenziamenti senza giustificato motivo. Il motivo economico (crisi aziendale, ristrutturazione aziendale) è già considerato dalle nostre norme contrattuali e legislative un giustificato motivo. Sempre Pietro Ichino insiste nel proporre che le garanzie dell’art.18 (riservate ad alcuni lavoratori mentre altri sarebbero relegati in condizioni di apartheid) siano “spalmate” su tutti in modo più equanime, togliendo ad alcuni per dare qualcosa a tutti.
La maggiore flessibilità incamerata dalle imprese e subita dai lavoratori più esposti di prima al rischio dell’uscita dovrebbe esser compensata dall’innovativa introduzione di una riforma degli ammortizzatori sociali. Per questa via (lavoratori garantiti dal welfare riformato per i periodi di inattività forzata e imprese rinfrancate da una maggiore libertà nella selezione della manodopera) si conta di aprire spazi ai giovani e di attirare investimenti esteri e italiani.
  La nostra obiezione è una sola. A partire dal 1978, questa strada è già stata ampiamente intrapresa (eccezion fatta per i provvedimenti a tutela della disoccupazione) e ogni rigidità in uscita è stata sfondata, nel settore industriale,   simbolicamente e praticamente con l’ottobre 1980: da allora lo stillicidio in uscita dei lavoratori non si è arrestato in quanto nel nostro paese non sono attivate serie politiche di formazione (in periodi di Cig, di mobilità e di disoccupazione) finalizzate alla flessibilità-mobilità da posto a posto di lavoro.
Ora, la via percorribile nel nostro paese non è più quella di abbassare i salari dei lavoratori nel settore pubblico e in quello privato, ma quella del funzionamento della macchina pubblica (formazione, liste di mobilità) per attuare finalmente il passaggio da posti di lavoro obsoleti a nuova occupazione. Per realizzare questo funzionamento, è indispensabile che siano attivate pienamente quelle norme della Pubblica Amministrazione che consentono il trasferimento e la mobilità dei lavoratori per necessità del paese e non solo per l’interesse del singolo lavoratore, come avviene da sempre.
Tenere conto di tutto ciò è doveroso, se si vuole fronteggiare la crisi e se si vuole puntare alla ripresa pensando alla tutela dei ceti subalterni. Così anche il Pd potrebbe uscire dalla sua altalena tra Ichino, Veltroni e Fassina.+

  Adriano Serafino e Mario Dellacqua  

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